
ReArm: la ‘pace giusta’ (e stabile) passi dal dialogo, non dal braccio di ferro politico
L’Unione europea è a un bivio cruciale.
Il vertice straordinario sulla difesa ha segnato un punto di svolta, delineando un nuovo orizzonte per l’autonomia strategica del Continente. La luce verde al piano “ReArm Europe” e l’impegno collettivo per il rafforzamento dell’Ucraina rappresentano un atto di volontà politica che, pur nelle sue sfumature divisive, segna l’inizio di un percorso irreversibile verso una maggiore responsabilità comune.
L’Europa si scopre fragile e forte al contempo.
Fragile perché la compattezza tra i suoi Stati membri vacilla sotto il peso di veti e tatticismi, come dimostra la frattura con Budapest sulla dichiarazione per l’Ucraina. Forte perché, nel solco delle difficoltà, emerge una determinazione nuova: quella di non limitarsi a essere un attore accessorio degli equilibri globali, ma di costruire un’identità di sicurezza propria, fondata su principi solidi e su una volontà collettiva che non può più essere ostaggio delle esitazioni dei singoli.
L’adozione dei cinque principi per la pace in Ucraina è il riflesso di questa consapevolezza.
La difesa dell’integrità territoriale di Kiev e la richiesta di garanzie di sicurezza solide e credibili non sono meri enunciati di principio, ma affermazioni di una postura geopolitica che si rafforza con i fatti. Lo stanziamento del fondo da 150 miliardi e l’ipotesi di strumenti finanziari innovativi, compresi gli eurobond per la difesa, aprono a una stagione in cui la coesione economica e strategica dovrà diventare il perno di una nuova Europa, più matura e più autonoma.
Eppure, restano interrogativi fondamentali. Il richiamo alla possibilità di una “coalition of the willing” e l’apertura di un dibattito sulla condivisione dello scudo atomico francese sono segnali di un’Europa che ancora cerca il proprio baricentro. Si tratta di scelte dirimenti, che meritano un confronto pubblico approfondito, per evitare il rischio di una corsa in avanti senza un’adeguata riflessione sulle conseguenze.
Se l’Europa vuole essere sovrana, non può smarrire la sua vocazione diplomatica. La deterrenza militare è uno strumento necessario in tempi di incertezza, ma non può sostituire il primato della politica e del dialogo. La costruzione di una pace giusta passa da una strategia bilanciata, che sappia coniugare fermezza e apertura, realismo e ambizione, sicurezza e diplomazia. Il rafforzamento dell’Ucraina non deve escludere la ricerca incessante di una soluzione negoziata che garantisca stabilità duratura.
Meritocrazia Italia riconosce in questo passaggio storico un’occasione straordinaria: consolidare un’Unione Europea capace di rispondere alle sfide globali con autorevolezza e lungimiranza. Ma la solidità di un progetto comune non si misura solo nella capacità di decisione, bensì nella sua coerenza con i valori fondanti dell’Europa stessa. Sovranità non è sinonimo di militarizzazione, così come autonomia strategica non può tradursi in logiche emergenziali prive di una visione di lungo periodo.
L’Europa è chiamata a una prova di maturità. Che non sia l’ennesimo esercizio di muscolarità politica, ma il primo passo di un nuovo Rinascimento europeo, in cui la diplomazia torni a essere il pilastro della stabilità internazionale.